12 Aprile 1961 Il volo di Gagarin

Non avrei mai immaginato di sentirmi cosi stretto, il casco chiuso ermeticamente sembra togliermi l’aria e mi fa sentire un pesce rosso nella sua “palla” di vetro.

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Non avrei mai immaginato neanche il fastidio di questa tuta spaziale, tutte queste connessioni e fili mi impediscono di muovermi bene; non oso immaginare come fare se dovessi uscire da questa capsula in emergenza. Cerco di girare la testa alla mia destra per vedere la faccia tesa del tecnico che sta assicurando il portellone, mi fa un timido cenno con la mano per scomparire dietro al pesante paratia di metallo, sento ruotare la sicura esterna e vedo il blocco in acciaio che entra in posizione e mi sigilla all’interno della Vostok 1, il mondo è tagliato fuori, appoggiato sulla schiena punto dritto verso lo spazio.

Il cruscotto che ho davanti a me si anima improvvisamente, hanno alimentato il razzo che a poco a poco prende vita. Nell’interfono inizio a sentire voci familiari che mi narrano tutti i processi di avviamento e mi leggono le cheklist per la verifica che tutto sia a posto, non è uno scherzo dietro le mie spalle ci sono 280 tonnellate di ossigeno e kerosene distribuite nel lanciatore lungo 34 metri, ricontrolliamo più volte la pressione dei serbatoi e il corretto settaggio del semplice computer inerziale che dovrà guidare in automatico la mia messa in orbita.

Con il centro di controllo ripassiamo le procedure, specialmente quelle di emergenza in questi mesi di addestramento le abbiamo provate fino all’impazzimento, ma la realtà è che nessuno sa come il mio corpo reagirà alle sollecitazioni dovute al razzo, alla mancanza di gravità; abbiamo teorizzato tante cose, ma di fatto tutto risulta una grande incognita, improvvisamente sento il vuoto dentro di me.

Come un flash vedo i campi coltivati attorno a Klušino, il mio paese, e sento l’odore della neve in inverno, vedo la grandezza delle piane, provo addosso il senso di libertà di volare solitario su una Yak18 il senso d’ ignoto mi fa provare nostalgia del mondo che sto per lasciare.

Un ordine secco in cuffia richiama la mia attenzione, muovo gli interruttori per la miscelazione del propellente nelle taniche; il processo diventa quasi irreversibile. Parte il conto alla rovescia, è questione di minuti. La pressione nei serbatoi sale rapidamente ma è tutto nei limiti e dalla stazione di controllo armano il sistema di accensione; 10 secondi! sento il cuore accelerare come in una corsa campestre, ZERO!! Un boato disintegra la quiete, gli strumenti sono illeggibili dalle vibrazioni e mi sento schiacciare forte al sedile mentre in radio mi riportano che la Vostok sta lasciando verticale la rampa di lancio.

“Andiamo!!” urlo via radio, mentre l’accelerazione si fa ancora più possente. Perdo la consapevolezza di cosa avviene, tutte le forze che agiscono su di me non mi fanno capire assetto, posizione, altezza, guardo gli indicatori e sono perfettamente in traiettoria riporto tutto via radio. Saranno passati secondi o minuti quando rumori di lamiera tagliata mi indicano che il primo stadio di propulsione si sta esaurendo, un tonfo sordo ne determina la separazione con un drastico calo di spinta che inizialmente mi crea un’istintiva preoccupazione. Per la prima volta guardo fuori dall’oblò posto sopra la mia testa per vedere il grande cilindro del primo stadio ruotare libero su se stesso, in caduta verso la terra. L’accensione del secondo stadio è molto più docile, la spinta è quasi lineare e le vibrazioni minime, l’occhiata che ho dato fuori e la lettura degli strumenti mi fanno capire che sono a 110 km di altezza a testa in giù, l’oblò mi mostra nuvole e i grandi spazi dell’Unione Sovietica. Adesso fisso l’indicatore di velocità che aumenta ad un rateo incredibile, la perdita di attrito dovuto alla carenza di atmosfera mi permette un’accelerazione pazzesca e necessaria per uscire dall’azione della gravità terrestre, il sistema si guida arma il programma di correzione della traiettoria e mi sento ruotare sull’asse longitudinale mentre nell’oblo, ad oltre 150 km di altezza, appare il nero dello spazio.

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Anche il secondo stadio sta per esaurirsi, leggermente in anticipo rispetto al pianificato, comandato dal centro di controllo sento anche il secondo stadio staccarsi; sono perfettamente nei parametri ormai prossimo al perigeo, punto dove inizierò l’orbita attorno alla Terra a 175 km di altezza con una velocità di 27500 km/h; nessun essere umano è mai andato tanto veloce.

In realtà dopo il rilascio dell’ultimo stadio di propulsione mi sembra di essere fermo, inizio la mia orbita attorno alla terra mentre la navicella si auto-corregge ponendo l’oblò nella direzione di avanzamento. Lo spettacolo è incredibile, vedo il pianeta e ne apprezzo tutta la curvatura, a contrasto con il nero profondo dello spazio ci sono colori molto brillanti, quasi accecanti e tra tutti spicca il Blu profondo degli Oceani; “La Terra è blu, che meraviglia è incredibile” è la mia comunicazione radio che rompe il silenzio con il centro di controllo. Da terra continuano a chiedermi come mi sento, come sto, se riesco a muovermi. Sono talmente legato al sedile da non accorgermi dell’assenza di gravità; mi tolgo un guanto e lo vedo galleggiare davanti a me, è tutto talmente incredibile che nonostante l’addestramento rimango stupefatto, la sensazione che si prova è quella di leggerezza assoluta ed è sublime, immagino debba essere quello che prova ogni giorno una nuvola.

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Mentre passo rapido sopra l’Atlantico ,con le Americhe già in vista, inizio a perdere il segnale radio con il Cosmodromo, lo riacquisirò più avanti; piombo in uno stato di totale pace, fatta di silenzio, leggerezza non penso a niente cerco solo di guardare l’immenso spettacolo che mi si presenta davanti agli occhi per poterne memorizzare ogni secondo, la guida automatica sta già portando la navicella verso la Russia, tra 50 minuti il sogno sarà già svanito.

Gli strumenti mi indicano che è in corso la correzione di assetto necessaria per il rientro mi trovo all’apogeo dell’orbita a 307 km di altezza, manca sempre meno all’accensione dei retro razzi che rallenteranno la mia velocità al punto da essere catturato di nuovo dalla gravità terrestre.

E’ tempo di ripassare le procedure di emergenza, se i retro razzi non funzioneranno dovrò aspettare 10 giorni prima che la Terra mi “catturi” in maniera spontanea; controllo sotto il sedile il pacco dei viveri necessari a sopravvivere, ma soprattutto il livello si ossigeno: è tutto a posto.

Dopo 89 minuti di volo, vedo la spia di attivazione dei retro razzi e come è successo per il lancio, un altro rumore violento rovina la quiete. Inizia il mio ritorno a casa, ho un attimo per pensare e capire che in realtà sta per iniziare un altro grande e lungo viaggio nell’ignoto, se il processo di rientro andrà a buon fine mi troverò addosso i riflettori, la gloria, la pressione di essere stato il primo uomo nello spazio; tutto diventerà millimetricamente rapportato agli stereotipi della società, verrò usato in una guerra mediatica e tecnologica tra super potenze…. “verrò usato”, sento la stessa sensazione di ignoto provata sulla rampa di lancio, scaccio i pensieri e chiudo gli occhi per assaporare ancora un’po’ la sensazione di leggerezza della nuvola.

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